Opinioni 14:23 | 23/09/2026 - Rimini

"Percentuale di stranieri nelle classi: chi studia nelle nostre scuole non è un numero"

"Si discute in questi giorni della proposta del governo di fissare per legge un tetto alla presenza nelle classi di alunne e alunni con cittadinanza straniera. Da docente e da capogruppo di Rimini Coraggiosa in consiglio comunale sento il dovere di portare la mia esperienza quotidiana. Quella proposta è una norma rigida, che non nasce da criteri didattici e non porta nessuna risorsa. E il rischio è che, con la scusa della lingua, si finisca per operare un'inaccettabile selezione su base etnica.

La distinzione tra "stranieri" e "italiani" dice poco delle nostre classi. Molte ragazze e molti ragazzi classificati come stranieri sono nati a Rimini e parlano italiano come chi siede nel banco accanto: non hanno la cittadinanza solo perché la legge non la concede prima dei diciotto anni. La didattica si costruisce sui bisogni concreti, e una percentuale non ne spiega nessuno. A scuola insegniamo come funzionano i numeri, ma anche che non tutto può diventare un numero. Le ragazze e i ragazzi seduti nei banchi non lo sono: non lo sono con i voti, non lo sono con le percentuali.

I numeri, del resto, vanno letti. A Rimini alunne e alunni con cittadinanza straniera sono circa 6.000 su 23.000, e nel 2024 le classi in deroga erano 159 su 1.877, l'8,5%. Quante superano la soglia di pochi punti? E quante delle ragazze e dei ragazzi conteggiati sono stranieri solo sulla carta, parlano perfettamente italiano e sono pienamente integrati? I ragionamenti d'insieme non si costruiscono sui casi estremi.

C'è poi il rischio di dividere classi già formate e obbligare famiglie che non l'hanno scelto a iscrivere figlie e figli in scuole lontane da casa. A pagare sarebbe chi è più fragile. Una scuola che allontana invece di includere non trasmette sapere e civiltà, e non può essere scuola fino in fondo.

I problemi veri richiedono investimenti: corsi di italiano, contrasto al bullismo, attenzione alla crescita emotiva di bambine e bambini, ragazze e ragazzi. E l'educazione sessuo-affettiva, importante soprattutto per chi cresce in contesti, italiani o no, dove certe conoscenze vengono scoraggiate e combattute, a volte proprio con l'intenzione di condizionare e soggiogare i e le giovani. Il ministro Valditara va nella direzione opposta.

Se si cerca uno squilibrio da correggere, c'è il divario di genere, di cui il ministro parla volentieri senza mai affrontarlo. Ci sono scuole frequentate quasi solo da ragazzi e altre quasi solo da ragazze, e in certi casi il divario si avvicina all'80%. Che cosa rende difficile a un ragazzo scegliere il classico o le scienze umane, e a una ragazza informatica o elettronica? Non le capacità, ma gli stereotipi, consolidati in famiglia e dai luoghi comuni, che indirizzano le scelte già a tredici anni. Ne derivano classi sbilanciate e un accesso all'università e alle professioni tutt'altro che paritario. Servirebbero una didattica priva di stereotipi fin dalla primaria, formazione per chi insegna e un orientamento in uscita paritario, con un forte coinvolgimento delle famiglie.

E servirebbero investimenti sugli edifici. Da giugno a ottobre molte aule sono invivibili: con una climatizzazione adeguata le scuole potrebbero restare aperte d'estate per laboratori e attività. Senza, rischiano di restare cattedrali nel deserto.

Su un tema così serio colpisce anche il metodo. Per difendere la proposta, la presidente del Consiglio ha citato le circolari che Mattarella firmò da ministro dell'Istruzione, ribaltandone il senso: quei testi di oltre trent'anni fa servivano a evitare classi "ghetto" e accompagnavano l'inserimento con sostegno linguistico ed educazione interculturale. Non è una svista: rivela un'ambizione di cui si parla da mesi, quella di prendere il posto del Presidente della Repubblica. Mattarella, con il suo richiamo costante alla Costituzione, è un ostacolo, e logorarlo con attacchi pretestuosi è un disegno preciso di delegittimazione.

Ed è proprio la Costituzione a ricordarci che questa è una questione democratica. La scuola è aperta a tutti, e la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona: valori universali, checché ne dica Vannacci. Una legge che decide dove si può studiare in base alla lingua o alla cittadinanza della famiglia va nella direzione contraria.

In quelle aule c'è l'Italia del futuro, che piaccia o no. Ogni scelta sulla scuola va fatta guardando lontano e con criteri didattici, non ideologici né tantomeno elettorali".

Marco Tonti
Docente di scuola superiore, capogruppo di Rimini Coraggiosa in consiglio comunale

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