Paolo Ferrario, detto “Ciapina” se n’è andato così, in punta di piedi, martedì 20 gennaio, a Cesenatico, senza clamore, quasi in antitesi con il suo carattere esuberante. Solo i manifesti funebri appesi ieri sera hanno propagato la notizia.
Nato a Milano il 1° marzo 1942, Paolo era uno di quei talenti che il calcio italiano ha sempre saputo produrre in abbondanza e a volte sciupare. Esordio in Serie A a diciassette anni, Padova-Milan 2-0, 15 novembre 1959: già lì si capiva che aveva il vizio del gol facile, quello che arriva quando meno te l’aspetti, come un furto in pieno giorno. Da lì il soprannome “Ciapina”, preso in prestito da Ugo Ciappina, il rapinatore della Banda Dovunque che scappava con le Alfa Romeo e le Lancia dopo aver svuotato le banche tra Milano e l’Emilia. Ferrario rubava reti, non soldi, ma il paragone calzava a pennello: entrava in area, colpiva, spariva. Gol di rapina, appunto.
Il Milan lo cresce , lo presta alla Lazio e al Monza (dove in B fa 18 gol in 27 partite, numeri da bomber vero), poi lo richiama nel 1963. E nel 1964-65 succede il miracolo a metà: Altafini litiga con la società, va in Brasile a fare le bizze, e Paolo diventa titolare. Dodici gol in venti partite, il Milan vola a +7 sull’Inter. Sembra la storia perfetta. Poi Altafini torna, Ferrario esce, e il Milan crolla. Scudetto perso in rimonta. Classico destino all’italiana: il momento giusto svanisce tra un gol sbagliato e un rientro scomodo.
Dopo il Milan, gira: Varese, Cesena (dove gioca di più e segna di più: 95 partite, 34 gol), Bologna, Perugia, Ternana. Chiude nel 1973. Totale: 56 presenze e 19 reti in A, 128 e 46 in B. Numeri discreti, ma non da fenomeno. Perché? Perché Paolo era esuberante, istrionico, uno che in campo e fuori voleva stare al centro della scena. Si divertiva troppo per sacrificarsi del tutto. Il calcio professionistico chiede quasi monaci, lui era un gaudente. E i gaudenti, si sa, durano meno.
A Cesena trova l’amore: Carla Manuzzi, figlia del presidente Dino. Nasce Raffaele nel 1971. Resta lì, si butta ad allenare. Nel 1976 va in prima squadra con Corsini, non salva il Cesena dalla retrocessione. Poi Coverciano, Milan giovanile, tanti anni in panchina tra C1 e C2, compresa quella del Rimini. Alla fine molla tutto e resta in Romagna, a Cesenatico, a godersi il mare e il silenzio che il calcio non gli aveva mai concesso.
E se n’è andato a 83 anni così, beffardo fino all’ultimo. Niente annunci, niente cordoglio pubblico. Solo i figli Raffaele, Niki e Renzo a dire, a tumulazione già avvenuta: “Il caro Paolo riposa nel cimitero di Cesenatico”. Come se fosse un episodio qualunque, una partita persa per un dettaglio sfortunato.
Riposi in pace.
Articolo tratto dalla pagina Fb Quando i calciatori avevano facce da calciatori

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