Cronaca 12:04 | 09/10/2026 - Dal Mondo

Prodotti ittici e pubblicità di donne senza veli. Azienda santarcangiolese esplusa da una fiera in Spagna. Le reazioni della politica locale

Selvaggia l'azienda che opera in zona Santarcangelo nel settore ittico e che ha utilizzato immagini di donne senza veli per promuovere la vendita di vongole è stata espulsa dalla fiera di Vigo la Conxemar. In quel salone espositivo sono presenti vari marchi proveniente da tutta Europa. Il core business dell'evento sono le ultime novità dei prodotti di mare congelati. Alcuni quotidiani spagnoli hanno riportato questa news. La società romagnola era presente nell'ambito di spazi messi a disposizione del Ministero dell'Agricoltura italiano. Il Dipartimento Pesca una volta saputo di questo problema ha messo fuori l’azienda romagnola dal Padiglione tricolore. Questo in accordo con gli organizzatori della manifestazione. Le foto motivo di infrazione, scrivono dalla Spagna, erano presenti anche sui materiali promozionali che l'azienda distribuiva all'interno della Fiera. La risposta sui social dell'azienda è una foto con una vongola e lo slogan "Non siamo per tutti". Ma gli spagnoli non hanno gradito e nel giro di un'ora hanno fatto smantellare stand, prodotti e immagini incriminate allo staff di Selvaggia, mettendo per ora la parola fine sulla vicenda.

Questo il link dell'articolo apparso sulla Voce della Galizia e relative immagini: https://www.lavozdegalicia.es/noticia/vigo/2026/10/08/desmontan-expositor-empresa-italiana-usa-imagenes-mujeres-desnudas-vender-almejas-conxemar/00031791444497085804211.htm

L'assessora alle pari opportunità del Comune di Santarcangelo di Romagna, Angela Garattoni, si esprime sulla vicenda su Facebook:

La Spagna, che da anni affronta la violenza machista anche attraverso strumenti legislativi, campagne culturali e una riflessione pubblica sugli stereotipi di genere, ci ricorda che la prevenzione non riguarda soltanto la repressione delle violenze, ma anche il cambiamento di quella cultura che le rende possibili e, troppo spesso, le normalizza.

La questione non è criminalizzare un’impresa o negare il diritto di fare scelte comunicative autonome, ma di riconoscere che anche la pubblicità contribuisce a costruire l’immaginario collettivo e che utilizzare il corpo femminile come richiamo commerciale, riducendolo a oggetto e scollegandolo dal prodotto, non è una scelta neutra.

Se la libertà d’impresa è un valore, così come lo sono la creatività, la qualità e la capacità di distinguersi, questa libertà non ci esime dalla responsabilità di interrogarci sul significato delle nostre scelte e sui messaggi che contribuiamo a diffondere.

Ogni singolo episodio può essere liquidato come una provocazione, uno scivolone di marketing o una questione di gusti. Ma tanti episodi, messi insieme, formano un mare: di stereotipi, disuguaglianze e oggettificazione che continua a condizionare il modo in cui guardiamo alle donne e al loro ruolo nella società.

Per questo è importante che anche le imprese e i luoghi di lavoro diventino spazi di consapevolezza, capaci di interrogarsi sulla cultura maschilista e di contribuire a superarla.

Per costruire una società in cui libertà, dignità e rispetto possano crescere insieme.

Perché essere liberi e diversi non significa essere impermeabili al cambiamento. E la qualità di un’impresa si può misurarse anche dalla capacità di innovare non solo i prodotti, ma anche i modi di comunicare e di pensare, senza riprodurre stereotipi che, come società, stiamo cercando di lasciarci alle spalle, diventando così protagoniste di una crescita collettiva, culturale e sociale.

 

 

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