"Le parole di Fabio Savi su Rete 4 risuonano come un tentativo anacronistico di blindare le vecchie dichiarazioni, una narrazione minimalista tesa solo a trarre benefici detentivi. Si descrive come un folle rapinatore, mi vengono in mente 'I folli rapinatori del Brabante Vallone che terrorizzarono il Belgio'. I veri rapinatori cercano di massimizzare i profitti evitando azioni di sangue per non attirare la polizia, loro facevano l'esatto contrario". Così Ludovico Mitilini - fratello di Mauro, uno dei tre giovani carabinieri uccisi dalla Banda della Uno bianca nella strage del Pilastro - in una lettera aperta all'ANSA dopo l'intervista di Fabio Savi andata in onda ieri sera a 'Quarto grado'.
"Sulla strage del Pilastro, afferma che spararono contro i carabinieri per timore di essere fermati? Cita il rombo dei motori di auto che gli fanno temere l'arrivo di rinforzi; poi nel ritornare incontrano la pattuglia e dice: 'Ci hanno visto in faccia'. Falso, erano travisati da passamontagna, come quando dice che sono obbligati a restare per concludere l'eccidio, inconciliabile con il timore dei rinforzi in arrivo", ricorda Mitilini. Tra l'altro, ha aggiunto, Fabio Savi "smentisce il movente emerso nel processo del '97, che lui stesso aveva fornito, circa la sottrazione delle armi ai militari. Movente sostituito con quello di rubare auto".
Per il fratello del carabiniere ucciso "quello del Pilastro non fu un episodio casuale, erano armati con potenti armi d'assalto, travisati con passamontagna e avevano il cherosene per incendiare l'auto, un equipaggiamento del tutto atipico per ladri d'auto. Savi farebbe bene a rivelare l'identità del quarto uomo che lo prelevò al Pilastro con l'Alfa 33".
Secondo Ludovico Mitilini "nemmeno la ricostruzione del duplice omicidio all'armeria di via Volturno è credibile", Fabio Savi "sostiene che le vittime lo hanno sfidato menzionando il suo accento riminese. Una versione che vuole sconfessare i testimoni che notarono il killer, per nulla somigliante a Fabio e con alcun accento particolare. Paradossale poi la versione del killer che agisce per necessità. Come giustificare le vittime innocenti e i bottini pari a zero (assalti ai campi nomadi, extracomunitari), tutto indica che l'obiettivo non era economico, ma quello di seminare terrore", ribadisce Mitilini.
Savi "mette in dubbio la ricostruzione degli arresti fatti da Baglioni e Costanza e la Mikula quando lo definisce un violento. Credo sia importante chiarire le dichiarazioni di Eva del 3 dicembre 1994, fatte al pm Paci, quando afferma che Fabio le confidò di essere dei Servizi segreti, che la collaborazione terminò nel febbraio del 1992 ma che c'erano ancora contatti, e che: 'Le stragi erano avvenute per rinforzare nella gente la fiducia nella polizia e nei carabinieri'". "Noi familiari dagli atti, senza dietrologie, cerchiamo solo la verità", conclude Mitilini.

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