“Dei monumenti dell'antichità, chi ne ha visti mille, ne ha visto uno solo, e chi ne ha visto uno solo non ne ha visto nessuno”. Scriveva così, nel 1831, l'archeologo E. Gerhard nel suo testo “Rapporto volcente”, per sottolineare come è la ripetizione del pezzo (o della forma o della classe o dello stile) a creare il fenomeno artistico, e non la sua unicità. Chiaramente è un approccio comprensibile solo se accostato all'ambiente archeologico. Nella mostra “Etruschi e Veneti. Acque, culti e santuari”, ospitata nelle sale dell'Appartamento del Doge a palazzo Ducale dal 6 marzo al 29 settembre 2026, ci sono in verità diversi pezzi unici ( o rari) della cultura etrusco/veneta legata al tema dell' acqua. Se tali artefatti, visti singolarmente al Museo della Ricerca Archeologica di Vulci a Canino (VT), al Museo Nazionale Etrusco di Chiusi, al Parco Archeologico di Altino (VE), nelle varie Soprintendenze e Fondazioni, rischiano di scomparire; a Palazzo Ducale prendono un riflesso diverso. L' acqua, il Doge, gli Etruschi e i Veneti creano un quartetto che sgorga fluido in laguna. Il percorso dedicato agli Etruschi si articola a partire dai santuari dei porti tirrenici di Vulci e Pyrgi. C'è anche una lamina in bronzo dal Santuario Monumentale di Pyrgi, con dedica iscritta, di inizio V secolo a.C. ad accogliere il visitatore nella prima stanza visitabile; pezzo proveniente dal Museo Nazionale di Villa Giulia (Roma). “Thesan (figlia) di Etra nel (santuario) di Uni”, recita la dedica indirizzata alla divinità Thesan, titolare del tempio A. A Venezia, tra i drappi della Serenissima, forse la leggi; a Villa Giulia forse no. Ma sicuramente è impossibile non notare il porcellino, tenuto in mano dalla statua in terracotta di medie dimensioni di un offerente devoto al culto di Demetra, sempre da Pyrgi, nella stanza successiva. Così come gli altri oggetti dedicati a culti demetriaci provenienti dal deposito votivo “kappa” (prima metà del V secolo a. C.) dal Santuario Meridionale; un ben conservato busto femminile, con annesse foglie in metallo. Ma è dal santuario di Chianciano Terme che arriva il delizioso delfino in bronzo, che fa da sfondo alla mostra. Dalla decorazione del carro di Selene-Luna, a Palazzo Ducale, il delfino sembra addirittura acquisire vigore; è più pomposo, potente, sfacciato. Molte ripetizioni in serie, invece, le troviamo nella parte dell'esposizione dedicata ai doni votivi deposti nelle vasche dei santuari etruschi, numerosi ex voto anatomici umani, che testimoniano le pratiche mediche e di sanatio svolte nel santuari; ma anche animali, i serpenti ad esempio erano i custodi delle fonti termali.
L'itinerario della mostra prosegue poi nel territorio dei veneti antichi (San Pietro in Montagnon, Lagole di Cazalzo, Santuario di Este), per poi concludersi nel santuario lagunare di Altino; porto rivolto verso le rotte adriatiche e mediterranee che fungeva da avamposto internazionale per i Veneti. E lì, dall'acqua affiora un lupo. Sei a fine corsa, quindi c'è il rischio reale di non vederlo comunque, nonostante la solennità porporata che lo sovrasta. Una lamina ritagliata in bronzo, ad incisione e sbalzo, del IV-III secolo a.C., raffigurante un lupo che azzanna un arto umano. Un tema, quello del lupo azzannatore, presente specialmente nelle urne ellenistiche etrusche, ma una lamina bronzea incisa è una piccola unicità. A casa del Doge tutto prende un riflesso diverso; nessuno scompare tra le acque, i culti ed i santuari. Etruschi e Veneti sono appoggiati in laguna, per essere visti da tutti.
SB

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