Ci sono programmi televisivi che si guardano. E programmi che, più semplicemente, si ascoltano.
La quarta edizione di The Voice Kids Italia si è chiusa con la vittoria di Matteo Trullu, tredicenne chitarrista sardo capace di conquistare coach e pubblico con un’energia sorprendente. Nel team guidato da Nek, il giovane musicista ha portato sul palco una cifra stilistica precisa, scegliendo un repertorio rock che ha trovato nella sua interpretazione di Bohemian Rhapsody uno dei momenti più incisivi dell’edizione.
Ma oltre il verdetto finale, ciò che continua a rendere interessante il format è la sua natura più profonda. In un panorama televisivo spesso dominato dal clamore, esistono ancora programmi capaci di offrire uno spazio diverso: un tempo costruito intorno alla musica, alla passione e alla scoperta di sé.
The Voice Kids è uno di questi. Spin-off del celebre format internazionale, la versione dedicata ai più piccoli porta sul palco giovani voci tra i sette e i quattordici anni. Un meccanismo riconoscibile, ma efficace, perché mette al centro qualcosa di universale: la voce come identità, emozione, possibilità. Nel contesto italiano, il programma – condotto da Antonella Clerici – si distingue anche per il clima che riesce a creare. I coach, artisti diversi per stile e sensibilità, accompagnano i ragazzi con competenza e partecipazione, trasformando la competizione in un’esperienza che supera la semplice dimensione televisiva. Vedere bambini e adolescenti confrontarsi con la musica non è solo intrattenimento. Significa osservare una generazione che, accanto alla scuola e alla quotidianità, sceglie di coltivare un linguaggio creativo. La creatività non è un accessorio, ma uno strumento di crescita: aiuta a esprimersi, a gestire le emozioni, a costruire fiducia. Salire su un palco, affrontare un pubblico e le telecamere, imparare a dare forma alla propria voce è un’esperienza che lascia un segno, indipendentemente dall’esito. Dietro ogni esibizione esiste sempre una rete silenziosa: famiglie, sostegni, incoraggiamenti. Il sogno non nasce mai da solo, ma si costruisce attraverso relazioni che accompagnano senza imporre.
Il valore di The Voice Kids sta proprio qui: nella capacità di restituire centralità al talento e alla condivisione, ricordando che la musica resta uno dei linguaggi più potenti per unire. Vale però una precisazione, necessaria per evitare retoriche facili. Non si tratta di pensare che un programma televisivo possa, da solo, “formare” i ragazzi. Viviamo un tempo diverso, in cui infanzia e adolescenza crescono dentro linguaggi nuovi, tra schermi e stimoli continui. In questo scenario, esperienze come The Voice Kids non vanno lette con nostalgia, ma come uno dei pochi spazi contemporanei in cui talento e creatività possono trovare una forma positiva, condivisa, riconoscibile. E forse è proprio questo il punto: in un palinsesto spesso rumoroso, The Voice Kids resta uno dei rari programmi capaci di trattenere l’attenzione senza alzare il volume. Semplicemente, perché parla la lingua che tutti riconosciamo: quella del sogno.
Marco Signorile

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