L' “Estranea” di Paolo Strippoli, selezionato per rappresentare l'Italia nella corsa agli Oscar, è un film palesemente horror (non proprio un thriller psicologico); strutturato a modi “Cena a casa di Levi” di Paolo Veronesi. Studiato nei minimi dettagli, con regole e proporzioni stilistiche, con forme e colori accostati e minuziosamente studiati. E con un elemento disturbante, “l' Estranea” appunto, che non dovrebbe esserci nella narrazione, ma c'è. Nel dipinto del pittore veronese si contano decine di personaggi estranei all'avvenimento e poco raccomandabile; nella pellicola di Strippoli c'è solo Valeria Bruni Tedeschi, ma disturba come cento Lanzichenecchi che bivaccano nel Convito del Cinquecento.
Nel pieno di un nubifragio metafisico e apocalittico, in una Roma matrigna e oscura, con nubi a vortici spiraliformi, Anna (Trina) piomba a casa della figlia Alice (Maggiore Vergano) per confessarle un segreto assurdo del passato. E già dall'inizio riesci ad immaginarti gli spazi, anche senza le protagoniste, tanto è minuzioso lo studio della scenografia. Prima che l'atmosfera del ritrovo prenda forma, e la storia inizi, hai ben presente che nello spazio è tutto calcolato. Un po' come il proscenio del Veronese; vedi la struttura ancora prima che la scena si affolli di personaggi biblici e pagani. E da queste geometrie ben delimitate parte un racconto che va indietro nel tempo; una “storia maledetta” che parte da Bari, per finire in una contemporanea e pestilenziale Roma. Ed il filo di tutto questo horror è un trito e ritrito “patto con il Male” e le sue conseguenze, ed un trito e ritrito quadro sociale e culturale di una famiglia che vuole essere “quello che gli altri vorrebbero essere”.
Un piccolo mondo che va in frantumi, minacciato da elementi paranormali, ma supportato cinematograficamente da scelte azzeccate sia nell'accompagnamento musicale (mitica Narcotic dei Liquido!), sia nella fotografia, sia nell'inaspettato che si muove in uno spazio reale e metafisico perfetto. E anche nelle eccedenze di un pasto pieno di aerofagia, di un adipe pronunciato, di un bagno unto, di un rubinetto sgorga-sangue non scema mai la classe stilistica che sta alla base dello studio della pellicola. Se Giannini rutta, comunque l'attenzione si sposta sui racemi floreali della tovaglia a largo bordo di pizzo che la moglie ha apparecchiato per dare da mangiare a quel buzzurro di marito. In effetti anche in Veronese quel imberbe con le basette che sorseggia godurioso il vino lo si vede a fatica. Solo forse sul finale la perfezione stilistica non riesce a livellare una resa dei conti un po' banalotta, un po' estranea alla minuziosità a cui il regista ci aveva abituato. Paolo Veronese, a processo dall'Inquisizione per il suo “Cena a casa di Levi”, cercò di spiegare che nessun estraneo è estraneo all'arte, appartenendo alla libera invenzione dell'artista, che liberamente gli dà forma. Quindi, dell' “Estranea”, di questo horror alla Veronesi, accettiamo tutto. Sperando in una cena nella casa degli Oscar.
Stefania Bozzo

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