Aveva 93 anni, da tempo aveva problemi con la vista ma mai aveva alzato le braccia in segno di resa. Almeno fino ad oggi perché la vita è fatta così: dà tanto, ma toglie troppo.
Luciano Draghi era uno di quei giornalisti che si usano collegare alla frase "vecchio stampo", nato con la macchina da scrivere, cresciuto con la telecamera e con il microfono in mano a caccia degli scoop della sua grande passione (il ciclismo) che ha descritto in lungo ed in largo con la sua penna, con il suo mestiere, con la sua professionalità. A chi scrive mancheranno le sue buone parole, i suoi suggerimenti, i suoi consigli ma soprattutto la voglia di non mollare mai anche quando le malattie ed il declino prendono il sopravvento.
E' facile dire ora che Luciano è un esempio per tutti noi che veniamo dopo la sua generazione. Io non gliel'ho mai nascosto: tutte le volte che ci vedevamo, tutte le volte che ci fermevamo a parlare, tutte le volte che aspettavo in redazione insieme ai colleghi dello sport il suo pezzo. Ricordo l'ultima volta che ci siamo abbracciati e salutati, pochi mesi prima che la nostra esperienza comune in un giornale che non c'è più finisse. "La vera arte di noi giornalisti - mi disse - è quella di saper raccontare, di far conoscere a chi ci legge tutto quello che c'è da sapere". E mi strinse la mano forte, come se volesse dimostrare che lui ci sarebbe sempre stato.
Ciao Luciano, ora riposa in pace. Sarai sempre con noi fino all'ultima riga dell'ultimo articolo. Anche per questo, ne sono certo, la terra ti sarà lieve.
vitt.pie.

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